Fabiano Alborghetti, L’opposta riva

 

L’opposta riva è approdo, meta finale, o provvisoria, è una terra promessa e spesso non mantenuta. L’opposta riva è anche il luogo da cui si proviene, il margine conosciuto del guado, il poco e sicuro che si lascia per l’incerto, per speranza e per disperazione a un tempo. Nel mezzo, un mare che si apre innanzi, acqua che non si ritira, che semmai di notte inonda, inghiotte, annega. Fare poesia tra i clandestini: un’ambizione umanissima – fatta di un’empatia sentita e onesta – ancor prima che letteraria, un’utopia che si rivela possibile, anzi necessaria.
Un tema difficile, pericoloso anche, in cui altissimo è il rischio di precipitare nel verso facile, e ancor più nell’esercizio di pietismo, nell’ostentata compassione. Ma la scommessa di Fabiano Alborghetti è vinta: benché inevitabilmente mediata da un personale filtro poetico ed emotivo, la sua è una presa diretta sulla realtà drammatica, scomoda, fastidiosa persino di chi si allontana dalle proprie origini per sfuggire a un destino segnato, per portare sostegno alle propria famiglia lontana, affrontando un sacrificio misconosciuto che spesso ha i contorni di uno sfruttamento abietto, di un compromesso iniquo e scellerato. Se il risultato finale convince – tradurre in buona poesia una condizione che nega ogni poesia, che ne è anzi il suo esatto contrario, mantendendo una fedeltà ammirevole al dato individuale, “storico” si direbbe, di ogni vicenda vissuta e registrata – lo si deve innanzitutto all’impegno in prima persona dell’autore, alla sua esperienza diretta di vita, di lavoro e di socialità con gli immigrati che popolano gli a capo delle storie che racconta. Ma si deve anche ad una lingua usata, evidentemente meditata nel profondo, capace di fungere al tempo stesso da ponte di comunicazione con i suoi interlocutori – ispiratori e da medium di trasfigurazione poetica: ” (…) Chi ricomincia e chi lascia / dal gradino per l’onda, in fila uno ad uno traghettami // dicevamo. Anche affondare è finire piu’ in alto del fondo…”
Suddivisa in tre capitoli, corrispondenti alle fasi che scandiscono la condizione dell’essere immigrati (la decisione e i motivi scatenanti della partenza, il racconto del viaggio in mare su mezzi di fortuna, gli episodi quindi della vita di ogni giorno in un paese ospite e straniero), questa di Alborghetti può davvero definirsi una “Spoon River dei vivi”, come lo stesso autore suggerisce. L’opposta riva ha una dignità e una forza intriseca tali da saper rievocare il capolavoro di Edgar Lee Masters con naturalezza, senza far ricorso a facili allusioni o strizzate d’occhio, piuttosto attingendo dalla stessa ispirazione onesta, dalla stessa capacità empatica, da una disposizione all’ascolto sincera, colta e stratificata, eppure singolarmente priva di pregiudizi e sovrastrutture.
L’opposta riva è un prezioso testamento degli scampati, un’eredità lasciata ai contemporanei, prima ancora che ai posteri, un racconto che si riscrive ogni giorno, e che ogni giorno aggiunge una nuova storia da raccontare, e su cui meditare, la vicenda epica e intima di un altro da sé da ri-conoscere e infine com-prendere.

Cristina Babino

(recensione pubblicata su “Stilos”, agosto 2007)

 

Fabiano Alborghetti, L’opposta riva
Lietocolle, Faloppio, 2006
(pagg. 118 – € 13,00)