Cosmogonie d’altra scienza. Sulla poesia di Gabriele Pepe

Un sorprendente cortocircuito, un impeto creativo che travolge: Pepe ha un furore quasi “futurista”, se non nell’ispirazione, certamente nell’intento, nella vocazione a un’estetica del simultaneo divertente e divertita, destabilizzante, ironica, caustica a volte, ma sempre profondamente sincera.
La sua è una poesia che rovescia sensi e significati in una visione imprevista, e non di rado disturbante, incongruente. Ma di un’incongruenza “saggia”, in qualche modo provvida, capace di suggerire, al di là della sorpresa, altri sensi e significati.
La poesia di Pepe è una lingua nuova, demiurgica: plasma con azzardo una materia lessicale vivissima e pulsante; la gioca, la scommette, la trasforma in una giostra di impennate ritmiche e squarci visionari.
Lo fa attraverso scelte coraggiose, e spesso un po’ guascone.
L’impiego dell’ossimoro è uno degli strumenti che, primo tra tutti, gli permettono di attuare questa creazione (che è anche ricreazione – nel doppio senso del termine – e d’altronde la molteplicità di senso è uno dei caratteri più evidenti che attraversano la sua opera in versi). “Santissima bestia”, “stigmate profane” (scelte lessicali, queste, che chiaramente alludono a una religiosità negata, eppure di certo in precedenza ruminata), o ancora “regolato abuso”, “ferocia apatica”, “saltimbanco impegno”, sono solo alcuni dei tanti esempi di una retorica piegata a restituire una proiezione parallela in cui l’Io creatore (“il nulla mal s’accosta / al pieno che sprigiono”) allinea gli elementi costitutivi del suo Universo personale in una sorta di caos ordinato. E ordinato proprio grazie a un’unione, a una conciliazione nuova e inaspettata degli opposti, in una dialettica travolgente che spesso trae linfa da un bagaglio enciclopedico eterogeneo e disparato, attingendo di volta in volta dal lessico medico, scientifico, mitico, teologico, astronomico.
Altre volte, invece, è l’intelligente gioco di parole a prevalere (“miti da sfamare”, “uccel di grasso”, “bocca di sfintere”, “l’armata pappagorgia”) o ancora il provocatorio neologismo (“scoppi d’insalute”), in un divertissement moltiplicato e colmo di pantagruelica ironia, e tuttavia in questo gravido di conseguenze e intuizioni, veri e propri squarci a livello di senso.
Una poesia che si fa quindi, per sommo ossimoro, scienza altra, e soggettiva, cosmogonia allucinata, fantasia d’atlante estremo, dilatato.
Cristina Babino
(Nota apparsa su “La poesia e lo spirito”)