Piccole apocalissi quotidiane. Sulla poesia di Luigi Socci

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Il mondo visto dallo spioncino. E’ un gioco di specchi convessi, di lenti deformanti. Un universo livido e grottesco. Ridicolo e inquietante. Un mondo guardato da un oblò senza oceano né mare, ma affacciato sulla tromba delle scale di un condominio qualsiasi, in una città qualsiasi. Un’umanità che vista da questa “lente rimpicciolente” – un po’ come le maschere che James Ensor dipingeva tra i passanti per le strade di Bruxelles – appare caricaturale, storpia, istintivamente infida. Appare, quindi è. “Da questo buco / ho visto i testimoni per esempio / di geova le donne delle scale / il messo iettatorio / dell’amministratore condominiale. / L’ex tossico in realtà tutt’ora tossico / cui devo un set magnifico / di spugne per la casa (…) / ho spiato pensando / – esce o non esce? -.”
I vicini, quelli della porta accanto, quelli del piano di sopra, i familiari in visita, gli ambulanti, i messi comunali: gente innocua – fino a prova contraria – persone come tante, individui che filtrati però attraverso quel prisma smussato e sminuente, guardati, diventano presenze da cui guardarsi. Attentamente.
Il lavoro poetico di Socci è tutto un osservare attraverso quella lente, esaminando in primo luogo se stesso. Una dissezione analitica dei propri tic, delle proprie fobie, delle debolezze che ne fanno il carattere e l’identità unica di uomo e di poeta.
Ironizza Socci, dissacra. La poesia, innanzitutto. Nel praticarla con mestiere abilmente dissimulato e che in questo di più sorprende, ne dissolve per prima cosa l’aurea, la pretesa aulicità, l’improbabile missione: “Questa poesia non è / per te né per nessuno / non lascia alone / ha l’aut. min. ric. / (…) Questa poesia non quadra / il cerchio casomai si acumina in un rombo (…)”.
E’ una poesia che scava in minimali miserie quotidiane, che va a segno nel momento stesso in cui sembra perdere credibilità, perché è in quello svelare l’assurdo, strappando persino un incredulo sorriso, che si palesa senso, si sostanzia dove mai avremmo immaginato. Così ad esempio in Immobiliario, tanto simile a una natura morta – anzi stecchita – dall’oggettività asciutta e straniante: “Le reliquie venerabili di un pollo / incollate da giorni al proprio piatto. / Dentro la lampadina il ghirigoro che produce la luce è mezzo rotto. (…) / Dalle patate i getti / si diramano in cerca / degli umori dell’aria. / Oggi non so le cose importanti / ma tutte le altre a memoria”. Versi che fanno da mesto controcanto domestico, misero eppur potentissimo pendant con l’immagine della “lana in casa / sotto ai divani / segno che senza / calori umani / la polvere si annoda su se stessa.”
Oppure in quella sorta di haiku bislacco dove “Un cane si mordeva / facendosi la bua / la coda a stretti morsi / sapendo che era sua.” - perla di saggezza media, eredità di comune buon senso, mutuata dal classicissimo cane che si morde la coda, eppure qui rivestito di un’ ironia e di un acume tali da far credere sul serio al lettore di essere di fronte a una preziosa, inaspettata epifania. O ancora l’Odissea minima ma non meno perigliosa de Il viaggiatore ignoto, dove luoghi sconosciuti si palesano in presenze altrettanto ignote, indizi sinistri di uno spaesamento manzoniano – basta sostituire al bosco la giungla urbana – elevato alla minima potenza (“Era evidente / il posto era sbagliato: / tizi mai visti / spazi ridotti / pieni di rischi. / non ho amici con divani come questi”). Fino a un epilogo di autocoscienza, una micro-apocalisse che nella rivelazione è però di ben poco conforto: “Come in una morale / senza ombra di fiaba / era evidente io stesso ero sbagliato, / andato a finire / e tornato.” Una Morte di un commesso viaggiatore che però stenta ad arrivare, che qui somiglia più a una rassegnata, pallida agonia.
I sentimenti stessi diventano terreno di singolar tenzone (nel senso di lotta del singolo con se stesso!), si fanno realtà da sottoporre a vetrino deformante, reperti intimi da rivoltare per capovolgerne il senso, per trovare barlumi almeno di significato, come in quei Certi rovesci: “Dora è aroD, Maria airaM, Paola sarebbe aloaP sottosopra. Ma Anna al contrario è sempre Anna. Rovescio del dolore, il suo discuore. Allegri! Oggi si muore.”
Un ribaltamento pungente e a tratti feroce, che cela la consapevolezza di una verità sempre provvisoria, da costruire ad arte, e a dovere, da recitare inesorabilmente a soggetto, come un esercizio di sopravvivenza quotidiano, amaro e pur necessario: “Vivi tu la mia vita / limane i bordi e i mali / a me, la rara bestia, / cui cresce il becco prima delle ali. Prendi il mio ruolo e questo / posto da morto nato / rendilo vivo e vero / attore è l’anagramma di teatro.” Una recita, a volte dramma più volte farsa, dove il protagonista diventa comprimario, e viceversa, dove i ruoli si scambiano, dove tutto è, e il suo contrario.

Cristina Babino

 

Luigi Socci, vive e lavora ad Ancona dove è nato nel 1966. Si è laureato in Lettere Moderne, ha pubblicato versi su riviste quali “Verso Dove”, “Ciminiera” e, con una presentazione di A. Cortellessa, su “La scrittura”. Una silloge di poesie di Socci, introdotta da Aldo Nove, è stata accolta in “Poesia contemporanea, Ottavo quaderno italiano”, a cura di Franco Buffoni (Milano, 2004).