Cemak, Alice e il Gatto del Cheshire 
 

cemak

Alice l’ho conosciuta bambina – bambina lei bambina io, ma poi una delle due è dovuta crescere – tra le pagine spesse e spugnose di un’edizione Garzanti anni Settanta, con le stupefacenti ipnotiche illustrazioni di tale Sir John Tenniel, in un bianco e nero originario oggi trascolorato in un commosso stinto avorio (potere del tempo che passa, e dei miei trent’anni): disegni velati di un’inquietudine diffusa e malcelata tra le trame pretese della fiaba, attraversati di un’attitudine cupa e meditabonda, profondi come abissi scavati dalla porosità economica della carta paperback.

L’illustrazione che preferivo – e preferisco – era quella, colma d’intelligente trasgressiva perversione, di Alice appoggiata al fungo su cui troneggia il Bruco, lei intimorita dalla propria inadeguata statura e dall’apparenza fin troppo antropomorfa della strana creatura, lui ambiguo e scostante, avvolto nelle spire fumose del suo narghilè.
E mi divertiva forse ancora di più ammirare il mento impertinente di Alice rivolto in alto al Gatto del Cheshire, appeso al ramo di un albero, con la testa in ordine sparso e la bocca aperta nel ghigno di chi la sa lunga e non te la vuole raccontare.
Il meraviglioso mondo di Alice, nonostante le successive interpretazioni, cinematografiche e non, tutte coloratissime e tutte troppo poco consapevoli dei significati polisemici celati dietro le spoglie del racconto per bambini, io me lo sono sempre immaginato in bianco e nero: fedeltà alle mie memorie di ragazzina e nostalgia di un racconto perfetto, perfettamente illustrato.
Alice per me è bionda, ma di un biondo senza colore, e le rose della Regina di Cuori sono rosse, anche se bianche e dipinte in fretta di un rosso che non c’è.
Il mondo di Alice per me è di tutti i colori, e di nessuno. Il mondo di Alice è in bianco e il nero; è un non-colore, proprio come i non-compleanni festeggiati ai party del Cappellaio Matto.
E poi nella vita capita a volte che ci si conosca per riconoscersi.
Dunque ero nella redazione di un giornale a scartabellare documenti d’archivio, e trovo in un cassetto, sulla copertina di un catalogo intitolato a un certo Cemak, una ragazzina ritratta di spalle – due grandi fiocchi tra i capelli, il vestito vagamente ottocentesco, striato di china, perturbante nella sua inamidata rigidità – affacciata a uno specchio senza riflesso, però aperto alla visione magrittiana di un treno a vapore che immobile sfreccia e non s’impiglia nell’intrigo fitto e inquieto di un bosco. Invenzione surrealista e reminiscenza letteraria fuse in un’allucinazione rinnovata e lucidissima. In bianco e nero.
Allora l’ho riconosciuta, Alice non ancora dietro lo specchio, ma già davanti a quello che dietro vi trovò. Una rivisitazione, quella di Cemak, che ha il fascino di un improvviso déjà-vu, e che pure, per moltiplicata meraviglia, ancora incanta, nonostante il tema già frequentato, già conosciuto.
E’ l’incantesimo dell’ironia: la lente deformante che setaccia il materiale attraverso l’immaginario e l’improbabile, restituendocelo lucidato, più brillante e sorprendente che mai; pure nel ridicolo, nel grottesco, nell’assurdo.
L’opera di Cemak è un’opera sofisticata e colta, sempre: i suoi schizzi, le vignette satiriche, i dipinti, come anche gli scritti, aprono gli occhi a mondi nuovi mantenendoli al tempo stesso bene aperti su un bagaglio di complesse eredità letterarie e artistiche. Indizi sottili che si lasciano intuire, distinguere, decifrare, o che pure restano sullo sfondo di un’invenzione sempre rinnovata e inattesa, anche laddove si manifesta attraverso stilemi consueti: la bambina-Alice, appunto, o l’omino calvo col vestito impeccabile e le scarpe lucide, o tutti e due a un tempo, quando insieme animano le vignette più sottilmente perverse e sornione, nella loro disarmante cristallina ambiguità, nei doppi sensi recitati dalle nuvole a fumetti.
Cemak è un fauno che suona divertito il suo flauto nel bosco: lo stesso groviglio di fogliame e mistero che tratteggia a china, o che ritrae in acrilico sulla tela. Con la differenza che se nella resa in bianco e nero il bosco si fa, col suo enigma arboreo, quasi ornamento e cornice alle figure presenti, nei dipinti di paesaggio s’intensifica quella valenza straniante del bosco quale luogo di pericolo, inquietante ma allo stesso tempo (e forse per questo) attraente, antica e atavica eredità delle fiabe che rivendica tutta la sua attualissima modernità.
La tecnica ad acrilico permette a Cemak di inscenare i misteri buffi della mente: così gli arabeschi di alberi in rapida successione hanno trame tanto strette e conchiuse da schiacciare ai margini del dipinto le figure (siano esse l’ologramma della bambina-Alice o la silhouette inconfondibile dell’omino, un po’ everyman un po’ sigillo di un mondo solo immaginato eppure per questo realissimo), costrette a interrogarsi davanti a cancelli che aprono all’inquietudine eterna del bosco, e chiudono sul nulla.
Tanto grandi nei loro primi piani le figure tratteggiate a china, tanto infinitesimali davanti al mistero del verde profondo negli acrilici su tela: una sorta di contrappasso necessario, per un’umanità che, pur stilizzata, cede il ruolo di protagonista all’insondabile, al misterioso, all’interrogativo; elementi, questi, presi in forma di ombre inspiegabili e improvvise, allungate sulla scena come cupi presagi – non ancora minacce. Come se l’ironia della grafica dovesse lasciare il passo, nei dipinti, alla riflessione, e il sarcasmo a una meditazione rapita e assorta.
Attraverso il colore Cemak inventa, ancora, grovigli di fogliame che spesso somigliano di più ad affascinanti concrezioni minerali, a materie oscure osservate al microscopio: spugne affette da un gigantismo involontario, creature anamorfiche, e persino torri o cattedrali, a lasciare andare la fantasia.
Ma l’acrilico è anche l’humus su cui Cemak coltiva i suoi personalissimi paesaggi: marchigiani nell’impianto (la compresenza di rilievi montuosi e colline, la varietà delle geometrie che li descrivono), ma reinventati alla luce di un crepuscolo lunare, non meno ambiguo della trionfante boschività già citata, e forse ancora più straniante, proprio perché riconduce, allontanandocene, a una visione da sempre familiare e per questo rassicurante. Eppure ora quasi irriconoscibile.
Proprio come il ghigno del Gatto del Cheshire. Un bel sorriso largo, invitante, luminoso. Però senza una faccia.

 

Cristina Babino

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio
illustrazioni di Leonardo Cemak
Edizioni Nuages,  Milano, 2004
pagg. 136 – € 25,00