Senza di Giovanni Turra Zan

La poesia di Giovanni Turra Zan è incamminata.
Incamminata semplicemente perché protesa in una ricerca genuina che sta dando frutti via via più fecondi. E incamminata in sé e per sé, perché recupera senso nel suo stesso andare, nel procedere in direzione di un quotidiano che ad ogni verso si squarcia in fendenti d’evidenza, in grumi di significanti aperti come ferite da cui sgorga cognizione nuova, dolorosa ma appesa al tempo stesso a un sentimento quasi di estasi consapevole, illuminata. Una lingua schietta, che occupa in primo luogo una dimensione domestica percorsa da segni lasciati all’interpretazione fondante di chi la abita: un io che si specchia “nel culo di bottiglia / ad aggiustare raggi di vetro, / quel finto riflesso smeraldo / che dipana i contorni (…)”, che s’arrovella nell’usato perimetro quotidiano: “mi stringo in casa / a ciabattare, tornire le storie / per farne pezzi da montare e smontare / a mio piacimento, / godere del tormento di come / si fa quando viene il Natale (..)” Una routine, mai troppo uguale a se stessa in verità, animata dall’essere coppia, vissuta in due. Una consuetudine condivisa con la propria donna, la compagna di vita, e di cammino, presenza da imparare a conoscere ogni giorno, e al tempo stesso un altro-da-sé in cui ri-conoscersi: un’apparizione femminea che si manifesta per indizi, per epifanie a volte, “ora è come se i segni / di matita azzurra / sul muro / navigassero in coppia / al largo dei retrocamera / nella stanza dei figli” , spesso per metafora, anche combinata in un sorpreso esercizio di sineddoche: “che cosa hai nella mani, / i pugni stesi ad asciugare / come due rami di fico”. Un conoscersi giorno dopo giorno, pezzo a pezzo, quasi, che stenta suo malgrado ad accogliere il tutto dell’altro in un grumo complessivo di comprensione.
Una dimensione domestica che non può però fare a meno di aprirsi, anche dolorosamente, al mondo (“è una vita partita, sui binari / della carta geografica, con approdi / velenosi, tormentati..”), ad un esterno fatto di luoghi vicini, di appendici periferiche che inscenano una drammaticità modesta e minimale: “del parco ferroviario si dice che è solo, / divelto. Udiamo le grida dei faggi ammalati (…) I cani ci pisciano (…)”, così come di consunte abitudini: “giovedì si fa poco conto / di aver acquistato al mercato / il giorno che prima c’è stato.”
Ma un esterno fatto anche di luoghi lontani: l’esotismo atlantico e ventoso dell’Isola di Smeraldo, di un Irlanda che si dipana in precipizi d’oceano e solitudine, ricordo vivo che non consola, ferisce semmai nella lucidità dei particolari: “il bus a Rossaveal ci porterà / dove i muri sono briciole / di pane di segale (…)”, come dettagli “attesi da mani / di esteti delle piccole cose” per essere inventariati nel catalogo di nuove certezze, pure incerte.
Una provvisorietà che è un alternato “essere senza”, una spinta quindi a proseguire, a ricercare, a procedere sul solco scomodo eppure necessario del cammino. Il Senza del titolo è dopotutto una mancanza che fonda, come spiega Stefano Guglielmin nella sottile e compiuta introduzione al libro, il correlativo – questa volta non oggettivo – di una generosa sottrazione; un segno meno che aggiunge senso, non lo nega. Un levare che, provvido, addiziona.
Cristina Babino