Nancy Cunard. America, modernismo, negritudine, di Renata Morresi

 

Nel ritratto fotografico eseguito da Man Ray nel 1926, Nancy Cunard guarda lontano, rivolta a un altrove indistinguibile che fatica a riflettersi negli occhi inquieti; il viso appuntito arriva un attimo dopo i monili africani che le ricoprono esibiti e ingombranti le braccia, incontro non fortuito di rette incidenti e centro focale dell’immagine.
Nata nel 1896 in Inghilterra da una ricchissima famiglia di armatori, educata in casa e destinata, come le donne del suo tempo e della sua estrazione, a un futuro privilegiato ma fatalmente circoscritto di moglie e madre, o tutt’al più di musa da salotto buono, Cunard rigetta con disprezzo l’angusto spettro di possibili esistenze che le sue origini e la norma sociale dell’epoca le prospettano. Rifiuta, insieme alla stirpe nobiliare e alla fortuna economica, anche l’impronta conservatrice e perbenista della sua famiglia, e con quelle il capitalismo e l’autoritarismo imperialista del proprio contesto storico. Un “isolamento” culturale cercato con ostinato orgoglio e con la consapevolezza della dolorosa necessità di allontanarsi dalle sue origini per abbracciare completamente la causa di un impegno letterario e civile audace e controverso.
Colta e anticonformista, appassionata e radicale nelle sue battaglie contro l’etnocentrismo bianco, lo sfruttamento economico imperialista, la segregazione razziale e la disuguaglianza tra i sessi, Nancy Cunard incarna un ideale di donna intellettuale profondamente nuova: letterata, editrice, poeta, traduttrice, corrispondente di guerra e attivista per i diritti civili. Una donna libera e liberata, innanzitutto, padrona e responsabile delle proprie scelte scomode – e scandalose, come il suo amore per un uomo di colore, il musicista afro-americano Henry Crowder – e della propria sessualità, vissuta apertamente e incurante della morale comune. Come suggerisce Renata Morresi «Nancy Cunard fu la sfrenata sovversiva che Virginia Woolf non poté essere».
L’intenso e puntuale saggio ricostruisce la vita fuori dagli schemi e la straordinaria carriera editoriale della Cunard: dall’ esordio poetico con Outlaws (1921), seguito nel 1925 dal poema Parallax, alla fondazione della piccola ma attivissima casa editrice The Hours Press (impegnata nella diffusione di poesia sperimentale e poco commerciabile), alla stesura nel 1931 della lettera-manifesto Black Man and White Ladyship: coraggiosa invettiva rivolta idealmente alla madre Lady Cunard, simbolo stesso di quella società privilegiata, ipocrita e autoritaria che Nancy aveva combattuto in primo luogo nella sua sfera privata e familiare, prima che in veste di intellettuale.
Un impegno a favore della diversità culturale e del diritto all’autodeterminazione che culmina con la pubblicazione dell’antologia Negro, nel 1934, a tre anni di distanza dall’Esposizione Coloniale Internazionale di Parigi, con cui la supremazia occidentale aveva inteso celebrare la missione civilizzatrice del colonialismo, e dalla parallela Contro-Esposizione allestita dai militanti surrealisti per sovvertire il patinato messaggio di grandeur bianca della prima, e proporre una possibile convergenza transnazionale nella lotta alla prevaricazione e al pregiudizio.
L’antologia compilata dalla Cunard è un’opera “monumento” che scavalca la concezione etnografica classica, con l’obiettivo non solo di ricostruire la storia della diaspora africana e dello schiavismo statunitense, ma soprattutto di restituire la dovuta dignità alla cultura nera nelle sue molteplici espressioni e stratificazioni, attraverso un procedimento di selezione del materiale che unisce alla fedeltà al reale di un approccio dichiaratamente documentarista, l’attenzione per il particolare tipica del modernismo artistico e letterario: sermoni, corrispondenze, memorie individuali, dialetti, vengono infatti inseriti nella raccolta accanto a testi poetici, riproduzioni di opere d’arte africana, canzoni, composizioni musicali spiritual, jazz e blues, documenti e fotografie sulle violenze subite dalle popolazioni sottomesse. Se la via dell’autobiografia non fu né auspicata né percorsa da Nancy, («No autobiography!» nelle sue stesse parole), quella attraverso la sua opera scopre infine ancora di più della sua vita e del suo essere donna, intellettuale e artista.

Cristina Babino

-recensione pubblicata su Le voci della luna, marzo 2008-

 

Renata Morresi,
Nancy Cunard. America, modernismo, negritudine
Edizioni Quattroventi, Urbino, 2007
pagg. 202, euro 22,00