Il mare alto è una linea d’orizzonte. Quella che si intravede in certi giorni dalle colline che ci sono familiari. Quella che si scopre all’improvviso, nella sua carica ovvietà, dalla prospettiva abbassata di una spiaggia. Che ci riconduce alla nostra infinitesima dimensione, che ci rimette al nostro posto.
Questa raccolta di inediti è una cattedrale in costruzione. Non ha ancora una forma definitiva, né un numero di mattoni stabilito; è un work in progress di cui si possono però saggiare già la solidità delle fondamenta, i tratti caratterizzanti e le discontinuità di una ricerca stilistica che sa farsi cifra a un tempo individuale e indicativa di una via, di uno degli infiniti percorsi possibili di ricerca del senso, e della sua espressione poetica. Una quȇte fatta di un graduale, faticoso riconoscersi sempre più in se stessi e nella propria rappresentazione del mondo: per quanto fatta di scarti, di frenate, di sorpassi e ripensamenti emozionali, prima ancora che formali.
Rispetto ai precedenti (rintracciabili in rete, tra l’altro, qui e qui), questi nuovi testi di Renata Morresi ci affrontano con la nitidezza di un verso rifinito, ricercato non più nella sontuosità ingegnosa del gioco di lingue e di parole, nell’abilità evidente e mal dissimulata del mestiere, ma nell’esattezza di un dettato qui scarnificato, asciugato come per lavorio di una marea fatta d’indagate inflessioni e riflessioni. Un procedimento “a levare” che ad ogni verso si fa chiarezza, ma stratificazione di senso e consapevolezza al tempo stesso. Così nella prima sezione della raccolta, Dominio delle cose, sono gli oggetti nella loro banale quotidianità a parlare dai luoghi che gli sono abitualmente propri, e da cui traggono ogni giorno giustificazione al loro uso e al loro essere. La tv, la tavola, persino il vino parlano per monologhi che contrappongono alle istanze di un “io” oggettuale insospettabile – e ora disvelato – un “voi” che tutti ci identifica, ci livella, ci contiene. E’ il canto dispiegato delle cose che scuote noi involontari interlocutori, lasciandoci nello sbigottimento appeso di «grucce / rimaste a dondolare», che ha la dolenza di un rimprovero, un andamento a tratti astioso e fermo, quasi d’invettiva: «che cosa potete sapere / del perdersi se / è sempre il vicino / che guardate morire». Altre volte invece è la prospettiva stessa delle cose, la loro usata materialità, a penetrare commosse per osmosi in un recinto tutto umano e personale di sentire, solidificate in immagini d’un concretismo quotidiano, privatissimo: «Si girava / bene la città con gli strani / famigliari, senza perdersi / nulla, la forma di carriola / in pancia, molte ossa / in giuntura mobilissima / di mollette da bucato».
La sezione centrale, Il mare alto, s’allontana dalla dimensione d’ogni giorno, entra nella realtà parallela e sospesa della vacanza estiva, della vacanza dalle consuetudini di sempre, per farsi però paradossalmente nuovo ciclo di azioni ripetute, d’una routine soltanto traslata e ricomposta. Così il campeggio, eletta quinta vacanziera, si fa microcosmo ricreato ancor prima che ricreativo, somma di monadi e universi che di tenda in tenda raccontano il carapace chiuso delle proprie solitudini, il tentativo di conservazione della specie attraverso la conservazione delle proprie rassicuranti abitudini, dalle quali si finge però, almeno una volta l’anno, di fuggire. La vita del campeggio fatta di numeri seriali, di immatricolazioni, di date d’arrivo e partenza, di regole condivise per il bene del vivere comune, di gesti quotidiani spiati ai vicini («un cocciare di stoviglie schiuse»), di presenze d’un tratto stranamente familiari (La signora delle pulizie), di telefonate a casa («tuo padre / che sta dentro il quadrato del telefono / come quando sei nato»), e persino della teoria di ciabatte parcheggiate fuori dalle tende, «né da uomo né da donna. Ciabatte / umane, buone al viaggio verso Marte»: oggetti, di nuovo, semplici, banali persino, che nell’assemblaggio si caricano, con slancio rinnovato e quasi dadaista, di significati straniati, inaspettati. Proprio come la strada che apre il capitolo Dal treno, una strada a cui si dà del tu perché conosce ognuno dei nostri passi di bambini, i prodigi di un’immaginazione incontenibile, i luoghi normalissimi che sembravano incantati, straordinari: «Strada di cartelli che via eri / (…) portavi all’officina di babbo / portavi la mia ferramenta / di sogni e Rumi, tutti rotando / come dolcissimi cannoli.» C’è tutta una vita – una bellezza – nelle cose, che solo nella chiarezza matura e disadorna dello sguardo di chi la sa vedere si fa restituire.
Cristina Babino
(pubblicato il 24.02.09 su Nazione Indiana).