
Giornate di una Manga Girl. Su Poesie d’amore per ragazze kamikaze di Francesca Genti
La poesia di Francesca Genti ha colore d’uniposca. Di quelli argentati , o d’oro, o d’un pastello vagamente fluorescente, con un po’ di fantasia, buoni per forgiare graffiti sui banchi, o le panchine, sui sedili in formica degli autobus, sullo zaino dell’Invicta. E’ un colore acceso e denso di fumetto, che squarcia il buio d’una notte ricorrente e ingombrante – una notte di periferia postatomica, o soltanto industriale - luccicante come gli occhi esagerati di un personaggio manga. Parallelo, questo, già suggerito da Marco Simonelli in una sua nota sottile e puntuale (qui, dove si citano tra gli altri, in modo alquanto convincente, come precedenti ispiratori, Penna e la Cavalli), e che pare tanto più calzante quante volte si vedono ricorrere nei testi che compongono la raccolta riferimenti di chiara ascendenza nipponica: così quello «schianto pazzesco in kawasaki» , o quei «molti ciliegi giapponesi in fiore», quei «fiumi di sakè». E così, ovviamente, le ragazze kamikaze del titolo, anche nella versione al singolare nel testo di apertura Milano di notte: «Vorrei essere la slava del metrò / che combatte gli albanesi attaccabrighe. / La ragazza kamikaze poesia / che ti uccide e si sfracella in quattro righe». Già una dichiarazione programmatica d’intenti, della volontà forte di fusione tra istanze intimiste, liriche nel senso più canonico, spessissimo d’argomento amoroso, e una spinta al tempo stesso dissacratoria, a tratti persino di dissimulata critica – se non proprio di denuncia – sociale («una volta scesi in strada / evitare il contatto / coi rumeni e gli animali»), frutto ed espressione di un vitale e vigile, per quanto gioioso e leggiadro, essere-nel-mondo. Sospesa costantemente tra gli slanci della rêverie ad occhi aperti di un adolescere ancora trascinato e orgoglioso dei suoi voli pindarici e delle sue stramberie («pattinare con te per la Via Lattea / pitturare color luna le pareti», «spero di morire in primavera / con un sole che ferisce e che fa male», «voglio fare un picnic al cimitero / (…) voglio stare in silenzio a passeggiare / inventarmi le vite di chi è morto») e il pungente disincanto di uno sguardo dalla dolenza sensibilissima che scongiura per prodigio d’invenzione il rischio di qualsiasi facile conclusione («oggi il mio umore (…) è un controviale buio invaso da rumene. / è una cosa da assoluto marciapiede», «sono una nuvola rigonfia di tempesta / un vecchio frocio senza più illusioni»), l’io che si racconta attraverso il Doppelgänger della Bimba urbana (titolo dell’opera prima della Genti, da cui la costruzione di questa raccolta trae evidentemente tuttora spunto, nutrimento e compimento) è un intimo irriducibilmente femmineo in cui le componenti di donna e di bambina coabitano, convergono in una figura originale di amazzone indomita eppure indifesa, tenerissima, che per sfidare il quotidiano metropolitano non ha per armi che il das, le stelle dei tarocchi, al massimo una bomboletta spray. Una personalità che si mostra senza pelle, che senza pelle affronta la vita d’ogni giorno e le sue interne, inconciliabili seppur maieutiche contraddizioni: così la bimba urbana ingaggia una lotta impari con la tigre che le vive dentro ( «la mia tigre a cui voglio tanto bene / ma che non riesco ad addomesticare» ), o con l’oggetto del suo amore che come un husky vorrebbe gentilmente soggiogare ( «metterti al guinzaglio, per l’eternità» ) quasi come il Piccolo Principe cerca di addomesticare giorno dopo giorno la sua volpe, allacciandosi nel narcisismo reciproco di un rapporto d’amore che è pura appartenenza, cura, necessità: «Mais, si tu m’apprivoises, nous aurons besoin l’un de l’autre. Tu seras pour moi unique au monde. Je serai pour toi unique au monde (…) si tu m’apprivoises, ma vie sera comme ensoleillée.» *: rimando implicito, e forse inconsapevole, a una gemma imprescindibile della letteratura per l’infanzia che la Genti frequenta non a caso anche per professione.
Un percorso a ostacoli quotidiano, quello che si apre sotto i nostri occhi di lettori – proprio come le bande di un fumetto squadernato – tra il lavoro come cartomante di call centre, soffocanti viaggi in metro, pomeriggi a fare uno shopping ahimé poco terapeutico alla Rinascente, raccontato lungo versi snocciolati in rime sapientemente forgiate , “da canzonetta” si sarebbe tentati di dire a una lettura poco attenta, e invece solo all’apparenza elementari, regolate da una corrispondenza stretta e significante di suono e senso, anche negli esiti che più sembrano ammiccare, e però con intelligente disimpegno e ironia, a forme diversamente risibili di “poesia della domenica” ( «la mia gatta bianca e nera mi sorride e dice MIAO / si acciambella sul cuscino sembra il simbolo del TAO»). Altre volte invece la rima diventa occasione di traslazione immediata e spiazzante di immagini: «Al suono ipnotico della lavatrice / lavo le macchie / curo le ferite / trasformo il dolore in cicatrice»), in cui il primo verso costituisce in realtà il titolo del componimento – come del resto accade per ognuna delle poesie contenute nella raccolta, diventandone tratto caratteristico: più di un’epigrafe maiuscola, più di una semplice intestazione, il titolo si fa parte integrante della stessa struttura metrica, non appendice tutto sommato trascurabile, ma testa del medesimo corpo altrimenti decollato. Seguiamo dunque le peripezie cittadine di questa manga girl, svagata ma anche cinica, ingenua e irascibile, dolce e spigolosa, che come in un platform game degli anni Ottanta (ormai un desueto cimelio vintage pop) affronta uno dopo l’altro mostri (zombie, vampiri), animali (la tigre che le vive dentro, lupi, le pecore che nella veglia sfuggono al conteggio proverbiale), presenze forestiere che sembrano relegate al solo tempo della notte (albanesi, rumene), ordinari legal aliens. Reali o immaginari, e tutti rigorosamente urbani però. Anzi, meglio, milanesi. Una città, Milano, che fa non solo da quinta di cartone (animato) alle avventure di questa Giana sister solitaria, che ha perso la gemella, ma s’incarna ennesimo personaggio, certi giorni aiutante certi altri antagonista, di una favola d’adulto, sfavillante e un pure un po’ drammatico technicolor («l’abisso-primavera di Milano», «le foglie d’edera del Castello Sforzesco / le guardo frusciare nel vento / dialogare con il sole e il prato», «l’assurdo lungomare di Milano». «sono a Milano. In Via Farini. In bicicletta. / davanti a me un cielo soprannaturale: / gommoso, grigio, gioia respingente»). Una sorta di immenso luna park descritto ricorrendo a un numero impressionante di “k” (bunker, kebab, punkabbestia, oltre a tutti i lemmi giapponesi citati prima, solo per dirne alcuni), correlativi fonetico-simbolici, se non proprio oggettivi, di una post-postmodernità culturale di cui l’autrice, da esponente della sua generazione (è nata nel ’75) non può non essersi lasciata permeare nel profondo. La poesia è una Coney Island della mente **. Oppure un Idroscalo.
Francesca Genti (Torino, 1975) ha pubblicato i libri “Bimba urbana” (Mazzoli, 2001), “Il vero amore non ha le nocciole” (Meridiano Zero, 2004), “Il cuore delle stelle “(Coniglio Editore, 2007). Vive a Milano.
Francesca Genti, Poesie d’amore per ragazze kamikaze
Purple Press, Roma, 2008
* Antoine de Saint-Exupéry, Le petit prince, Gallimard, 1946.
** Lawrence Ferlinghetti, A Coney Island of the Mind, New Directions, 1958.
(pubblicato su La poesia e lo spirito, qui.)