- Fabiano Alborghetti su La donna d’oro (Alleo.it, 06.10.09)
- Luca Rizzitello su La donna d’oro (premio Anna Osti 2009)
- Ivano Mugnaini su La donna d’oro (Dedalus, 30.09.09)
- Michele Monina su La donna d’oro (Il Messaggero, 05.03.09)
- Recensione a La donna d’oro (Metromorfosi n. 18 – Nov. 08), di Rosaria Abate
- Su La donna d’oro, di Francesca Matteoni
- Nota – prefazione a La donna d’oro, di Franz Krauspenhaar
- I damaschi della scrittura, di Gabriele Codifava
- Su L’abitudine del cielo, di Massimo Fabrizi
- Recensione a L’abitudine del cielo, di Simone Furbetta
- Sulla poesia di Cristina Babino, di Gian Ruggero Manzoni
- Appunti d’Oltremanica. Per Cristina Babino, di Francesca Matteoni
- L’architettura insonne del labirinti, di Alessandro Seri
- Recensioni a L’abitudine del cielo di Emilio Diedo (in Punto di Vista n.41/2004) e di Luciano Nanni (in Punto di Vista n.39/2004)
I damaschi della scrittura
di Gabriele Codifava
Che cosa ci spinge alla scrittura? tra le molte cose che lo possono, il desiderio di affabularsi, raccontando lo stupore e il fascino (cioè il legame incantatore) degli eventi della vita, vissuti come unici e avvertiti come fonti di conoscenza e pertanto da essere condivisi, anzi dispensati. Qui può stare la giovinezza (talora fraintesa come immaturità) della scrittura, che nel raccontare dice – troppo – di sé. La combustione delle scorie residuali della scrittura che indulge a se stessa piuttosto che al mondo, è l’iter di ogni scrivente.
Nelle presenti produzioni, questa via di affabulazione, di indulgenza, di combustione, pare ben tracciata, un solco che già segna un discrimine tra la scrittura dell’istinto e quella scaltrita e sempre più “vigilante”, tanto sui mezzi scrittorî, quanto sugli eventi.
La percezione, l’ammonimento che la scrittura sa dare della concrezione dei luoghi e del tempo che chiamiamo accadimenti, rinvia senza la soluzione del continuum in cui attualmente (cioè in atto) viviamo, ad un altrove sempre tangente: quello della com-passione del mondo. Ritengo questa anamorfosi della coscienza (nel senso di improvvisa e sorprendente estensione della percezione, che diventa intuizione sinottica) uno dei meccanismi alla base del sentire poetico, in questo caso ancora più felice, perché non sfida, non ingiuria, non sopraffa: osserva, rinuncia e, quando giudica, lo fa senza escludere.
Mi avvicino ora ad aspetti più formali, agli stilemi precipui, percorrendo le differenze dalle produzioni datate 2003 agli inediti. Lo stile – la scrittura – è evoluto più di quanto la cronologia non dica. Vorrei considerare alcuni esempi, quale ad es. Lo zoo in autunno. In generale, nei testi da L’abitudine del cielo si scorge una ironica descrizione del mondo (quanto fiera, quanto solenne l’ironia!) che condensa in un giudizio (uso forse impropriamente questo termine per significare di come la scrittura tragga in qualche modo una conseguenza da ciò che ha osservato, che si può esprimere in azioni, considerazioni o giudizi veri e propri o altro ancora) ma cela il fuoco, la tensione che giustifica l’urgenza di scintillare in scrittura l’osservato, fino ad un ultimo, spesso fulminante stichio o distico. Nel testo specifico, è l’oggettività della perdita di un dente della madre (senza interrogarsi, ma forse sì, sui significati simbolici che, da un punto di vista antropologico, rappresenta la perdita di un dente!). E’ questo lo scarto verso un mondo tangente e ipogeo che da solo sarebbe in grado di giustificare il fare poietico per lo meno sul piano della scrittura (ovvero a prescindere da ogni altra ragione dell’autore), e quindi dimostrabile al lettore. La felicità di questo modo poetico naturalmente non è scontato, ma lo sono (limitandoci alla silloge citata), sebbene in gradi diversi, alcuni affondi come i trittici di Bosch – prigioni di delizie – dopo millantate carceri odierne; l’istintuale segnare col piscio dopo zuccherini e quasi stucchevoli affetti (qui non sembrano “copule brutali” !); gli squarci di Buzzati nell’angusto di una sala d’attesa , l’immaginare una gradazione della morte , la virata in cinismo dello spettacolo buono per antonomasia, il circo , sommamente infelice però nella sua essenza, e quindi, in questo gioco, irriso ma rivelato; o ancora l’attenzione, meglio, l’interrogazione al proprio corpo dissimulata tra eventi quotidiani e infine la rappresentazione della propria trascendenza nel più immanente dei contesti .
Proprio l’ultimo testo della silloge (Morfeo), risulta notevole e importante in quel processo di combustione citato all’inizio, facendo ponte tra questi testi e gli inediti; non mi soffermo su “L’opera continua”, che è vero inframmezzo tra L’abitudine del cielo e quanto andrò a dire per gli inediti, salvo per un distico rovente: «Una risata passa / come uva nella stanza». Ciascuno ne riceve un acino (della risata), che presto scema e asciuga: il dolce ricordo rimane tra le grinze della buccia, come «uva passa“». Elegante dunque il gioco di «passa», che sfrutta l’ambiguità morfologica per creare un’allotropia sintattica di predicato e aggettivo.
Ma veniamo al nuovo.
Non scompare il ritmo, talvolta sardonico, rilevato prima ma, sorpresa, si tempera. Molto più facile sarebbe stato scivolare in un ludus quasi fine a se stesso insistendo, ma esaurendo, la vena del contrasto antinomico, di quello scarto cioè che si era fino a quel momento risolto poeticamente con l’ironia. Sorprendentemente, liturgicamente entra invece l’attesa, la contemplazione, la riduzione in un unico vaso linguistico di quei quattro momenti sopra individuati (descrizioni, ironia, giudizio, scarto); un iter che può decidere della scrittura dell’autore. Soffermandosi sull’ultimo testo, Senza dramma, scorgiamo nella trama dell’intessitura poetica, è stato detto, il temperare dei testi; eppure il guizzare di fili sotterranei, come avveniva in precedenza con l’ironia, non è scomparso; questi fili si intrecciano in rilievo, come damaschi, staccandosi dall’ordito principale, ricreando scarti non più per contrasti, ma quasi a costruire ologrammi, a suggerire altre vie, altri intendimenti. Se ne rimane disorientati, perché il testo si sdoppia a contraddire l’assioma che lo vuole autoreferenziale, nel senso di concentrato in se stesso; si innesca una dinamica centripeta per cui il verso successivo non elabora il precedente, anzi lo rigetta e si eietta ad altro luogo.
«…il dito lento che ripassi»
[ci si attende un complemento di luogo]
«in nero di seppia e china tatuata»
[la preposizione è di luogo, ma la descrizione riguarda più una modalità]
«esplori l’algebra modesta»
[ci si attende ancora un luogo o una specifica i come si vada ad esplorare]
di segni [il testo sembra andare nella direzione attesa] e smagliature che porto [virata verso il corpo!]
«mio malgrado in geografia»
Esistono due pensieri che vogliono vivere, ed il testo sembra, accidente raro, esplodere anziché introiettarsi. Sopra la trama della perdita del tempo e dell’occasione, il damasco del corpo, forse del viaggio, del simbolo intimo del tatuaggio. Simili vibrazioni, ma meno delineate, si leggono in Fermo, un poco mosso, in Domus aurea (per altri aspetti più legata di queste ultime al modello dei testi del 2003) e ne Il riposo, molto bella in sé per altri motivi peculiari, in primis una fermissima luce sulle cose, indisputabile come quella scrittura.
Dunque un impianto testuale più coerente e stilisticamente controllato in questi ultimi testi; un viaggio nella scrittura che continua, anzi, che è agli inizi.
1. Etica criminale ; 2. In un cortocircuito di sensi ; 3. Noli me tangere ; 4. Siedo con le gambe accavallate; 5. Elogio del kitsch ; 6. Circo minimo ; 7. Soirèe ; 8. Natale in città
Gabriele Codifava nasce a Mantova nel 1970 e, benché i suoi studi lo portino verso le scienze (si laurea in Fisica con una tesi in acustica), gli interessi personali lo conducono ad esplorare le discipline umanistiche, percorrendo dilettosamente le lettere e le arti. Sue recensioni su sillogi di M. Munaro e P. Di Palmo sono apparse su “Tratti” e “Alla Bottega” mentre un suo ulteriore contributo critico è apparso su YIP. Attualmente lavora e risiede a Bologna. E’ membro dell’Associazione Culturale per la Poesia Il Ponte del Sale.
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L’architettura insonne dei labirinti
di Alessandro Seri
Le poesie di Cristina Babino sono incisioni antiche e moderne nel legno; ferite per il lettore, inferte con l’innocenza e la sensibilità di chi rifugge l’ipocrisia del sublime poetico ma che proprio da questo atto di coraggio trae forza per trasformare in versi mirabili l’ipocrisia della realtà e degli uomini. Queste poesie hanno bisogno di un accostamento per essere digerite: una forma d’arte accessibile, una profonda semplicità di creazione magari figurata; d’altronde vi si trovano continui rimandi storico artistici. Sarebbe interessante un accostamento per contrasto ad alcune tele di Dante Gabriele Rossetti, perché nel profondo i testi sono legati da un ossessionante romanticismo postmoderno che appare come languida autodifesa e cinica rassegnazione.
I tagli romantici, gli strappi concessi al vestito dei sensi sono molteplici tanto che non esiste un unico sentiero erotico. La parola amore andrebbe rivista solo per essere usata al plurale: un po’ come le passioni vissute con tanti partner dallo stesso nome. (…) La sensualità implicita delle poesie di Cristina Babino è decisamente provocatoria ma mai volgare, una calamita di odori e colori; ciò che rende eccitante questa scrittura è una contrapposizione non ancora risolta tra il cattolicissimo senso del peccato e la laicità dei sentimenti.
Nell’architettura di questa opera c’è però un fulcro che tiene insieme tutto, un bullone principe, un crocevia. Le tre poesie centrali sono un lampo docile, una timida violenza, qualcosa sui cui andrebbe scritto un libro intero. Il dolore non va compreso, lo si potrebbe analizzare con cura ma allora sarebbe come invadere territori vergini che lasciati così come sono risultano vitali. Il polmone verde della poesia di Cristina Babino sono le tre poesie centrali di questo libro.
Quindi c’è un prima e un dopo e se il prima appare come un labirinto complicato il dopo diventa raffinata creazione e lucida visione, tant’è che si propone immediatamente al lettore di invadere i non luoghi della poesia con l’intento di conquistarli e farli propri. Gli angoli si acuiscono e non ci sono spazi concessi all’equilibrio. Tutto è in bilico e solo con l’ausilio della poesia si riesce a mettere le cose al loro posto. Per far ciò è necessario uno scrivere colto e complesso, un’ironia dai colori acidi e crudeli, la consapevolezza che c’è sempre qualcosa da risolvere.
(dalla prefazione a L’abitudine del cielo)
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Appunti d’Oltremanica. Per Cristina Babino
di Francesca Matteoni
Scrivere un verso è prima di tutto isolare parole e farne, come direbbe l’Alice di Carroll, “semi di senso”. Nel linguaggio poetico la singola parola si carica di rimandi, tende a coprire tutto il suo campo semantico. Questa attenzione alla parola mi sembra una delle caratteristiche di buona parte della produzione di Cristina Babino. In particolare nelle cinque poesie che formano la Suite d’Inghilterra, dove l’io poetico silenzioso e attento si fa traduttore di dettagli, tentando di ricostruire un’identità, fisica e culturale, per l’osservatore. Così ad esempio, in Fuga in Albione, l’occhio cade su quella Manica, che è sia il canale d’acqua marina, che divide i due mondi tra cui vive la poetessa (l’Italia, ma più estesamente l’Europa, il continente stabile visto dalla posizione di isola, che è anche isolamento), che la parte di un capo di vestiario. Da qui, la fuga, il passaggio, è un andare verso un freddo reale e simbolico: il grigiore del clima britannico e anche il simbolo di una solitudine nostalgica, quanto fantastica. Le scogliere di Dover diventano infatti la dentatura di una balena, indicando sia il più grande animale vivente, nonché uno dei più misteriosi, che una precisa influenza poetica: la bocca di balena che ingoia la terra, il mondo conosciuto, di Umberto Bellintani. Un luogo di partenza e approdo è centrale anche nella seconda poesia, Paddington Station, dove viene fermato un episodio quotidiano nella stazione londinese da cui partono i treni per l’ovest, dove Cristina abita, e la Cornovaglia. S’incontra la lingua inglese, raspberries, è l’immagine visiva è chiara: quel raspberries non sono tanto i lamponi reali, quanto una parola che fotografa letteralmente un’altra parola: la scritta a pennarello sul sacchetto del banco ambulante, che la mente registra prima di convertire nella lingua madre. E’ l’impatto con un mondo familiare eppure nuovo: la madre, che accudisce i figli è anche la donna d’oriente, dal vestito che scende, misterioso e privato come una tenda. Lo straniamento dell’esule, l’idea di sosta, tra due lingue, due paesi, occidente e oriente, dello smarrimento che unisce e divide l’io dall’altro, emergono da questa bella poesia, uniti ad uno scenario multiculturale, di fretta mescolata alla lentezza, tipicamente londinese. Difficile spiegarlo a chi non ha mai vissuto in questa città. La barra al cioccolato che sostituisce un pasto è quasi una regola per questa metropoli tanto grande da far sembrare il giorno sempre troppo breve. Eppure si è stupiti dalle oasi di vita quasi ferma nel tempo che sa regalare: nei parchi, nelle periferie, nell’immagine di una madre con i figli sorpresa in una grande stazione come in un mercato di paese. Si procede fino ad un altro luogo di passaggio: la sala d’aspetto, dove la poetessa indugia, prima su di un libro ( Il Maestro e Margherita di Bulgakov), reale o solo evocato dopo la lettura, ed in seguito sulle persone nella stanza, dipingendole con maestria in pochi particolari chiave, che trasformano l’osservatore nell’osservato, proiettano l’io narrante nell’anonimato attorno. Una quieta solitudine condivisa. Viene in mente una famosa poesia di Elizabeth Bishop, In The Waiting Room, “Nella stanza d’attesa”, dove la poetessa canadese rievoca un episodio della sua infanzia, durante il quale accompagnò la zia dal dentista. L’evocazione del luogo, la descrizione puntigliosa della copia del National Geographic con le immagini di paesaggi ed etnie ignote alla bambina, lo spettro della guerra in Europa (era il 1918), l’inquieto confondere durante il ricordo l’io infantile, con il grido della vecchia zia sotto i ferri del dottore, trasformano la realtà spaziale in un procedere per immagini, scardinando la consecutio temporale a favore di quei “moments of beings”, come scriveva la Woolf, quei momenti di rivelazione di cui si compone una memoria. Anche la poesia di Cristina assurge di diritto a questo tipo di momento. Così come se è giusto dire per la Bishop che dipingeva le sue poesie, essendo anche pittrice, per Cristina vale il parallelo con la fotografia. Istantanee di un occhio attento, di un io che sa farsi da parte, sciogliersi nell’altro. Si arriva così alle ultime due poesie, finestre artificiali su altri luoghi, individui. La televisione (spenta o accesa che sia, è ancora un flusso visivo di impulsi e memorie) che riporta Cristina alla terra natia; il grande schermo del cinema, ma soprattutto la sala, dove i giovani innamorati approfittano del buio, mentre fuori, manipolando il d’Annunzio dei pastori, non si migra, non ci si sposta, si sprofonda nella malinconia autunnale. L’amore per il dettaglio, il tema del transito più che quello del viaggio, la solitudine come punto d’osservazione del mondo, dunque, tra i temi più forti della silloge. Cui si aggiunge il dono raro della leggerezza. Da intendersi qui non come superficialità, ma proprio come quella leggerezza cara ai saggi, del sapersi posare sulle cose, condividendone il segreto e riuscendo a non forzarle dentro se stessi, lasciarle andare.
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Su L’abitudine del cielo
di Massimo Fabrizi
Molto ben congegnato questo testo d’esordio di Cristina Babino. In una tramatura poetica pervasa da una sensibile vena dissacratoria, l’autrice costruisce con perizia il meccanismo degli apex ai quali poi subentra, improvviso, lo scarto che stempera la tensione lirica. Una sorta di trionfo dello scetticismo che reca però sempre il suo doppio, almeno velatamente, ovvero quell´Ideale che sta in ogni animo umano ma che non trova fertile terreno all’appagamento, alla propria realizzazione. Del resto la scrittura della Babino presenta una struttura dicotomia, sia per la presenza costante di riferimenti alla visività e all´arte iconica, sia per il continuo ed altalenante meccanismo di alti e di bassi. È una parola poetica con una forte carica di sensualismo e di corposità, un organismo vivente che trascina con sé ogni cosa incontri sul proprio cammino, ma nello smascherare apertamente l´ipocrisia altrui, mettendo contrastivamente a nudo i lati più oscuri dell´io e del proprio pensiero, aspira ad altro. Proprio affrontando la discesa verso l´abisso della quotidianità mostra che il punto verso cui tende, o desidererebbe tendere l’io, è in realtà al polo opposto. La cifra di maledettismo che emerge dai testi, più che conseguenza di una pessimistica visione del reale, sembra essere il frutto di una sensibilità poetica lucida ed impietosamente realistica, che cerca di ricomporre i tasselli di un puzzle quanto mai mescolati e confusi. Ed è nel caos dei giorni, nel vuoto della contemporaneità, che la poesia cerca, attraverso il paradosso e/o la dissacrazione (“sarebbe una fine proprio cool / per un poeta impiccarsi all´albero / addobbato nel grande centro commerciale”) di porsi quale pungolo critico di un mondo che ha perso i suoi punti di riferimento.
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Sulla poesia di Cristina Babino
di Gian Ruggero Manzoni
La poesia di Cristina Babino è viaggio e attesa; quindi è vita. Un dipanarsi di impressioni e riflessioni cadenzato dall’andare verso l’ignoto (o il conosciuto tramite il sentito dire), verso il noto (cioè ripercorrendo passi già segnati), oppure un ridestare il supplizio, ma anche la riempitiva contemplazione, dello stare. Sia nel moto che nella stasi l’umanità si mischia poi si ri-frammenta, trovando ciò che di globale dimora in un gesto della specie: unica e indivisibile, seppur sempre contrapposta, quasi che noi non si possa essere se non nel ritrovarci nell’altro per poi colpirlo, al fine di ridestarci o di rintronarci, a seconda che si voglia entrare e tentare di comprendere, oppure arrendersi, così che l’esistenza scorra, e noi, in ‘ebetudine’, non la si voglia riconoscere, perché troppo il dolore, oppure la noia, oppure il ripetersi e il ripetersi a osa di quel che già sappiamo e che più non stupisce. Questa è la riflessione di fondo di Cristina: continuare a nuotare (in questa marea umana) o lasciarsi andare (magari fare il morto) cullati dal suo imperturbabile moto ondulatorio? Così il pendolo, l’onda, l’altalena. Lo smozzicare il verso, quindi il lasciarlo andare se si decide di accettare la sfida con la parola e quella evocazione. Lo stesso è della pittura, quando diventa confine tra il metropolitano e la campagna, tra le capitali e la provincia. Poesia oltremodo contemporanea, che sancisce questo intervallo di tempo che ci rivedrà titani oppure formiche, sempre se categorie o graduatorie dell’infinitudine si possono stilare allorquando il nulla è manifesto, almeno quello del potersi dire senza poi riderne. Mondo. Sempre e perdutamente mondo del terzo millennio dell’Era Cristiana. Ma poi a chi può importare, in questa Babele-Babilonia, su quali calendari contiamo il tempo (anch’esso pur vana invenzione umana) ? Si è tutti in fila o seduti in stazione. Si è tutti innalzati o riportati negl’inferi da scale mobili, si è tutti inesorabilmente in sale d’aspetto o bloccati nel traffico, si è tutti esuli, nel tutto che abbiamo follemente costruito. La centrifuga mischia, omologa, impasta, non resta che osservare, trascinare una valigia, ingoiare un panino al volo, fermarsi in un internet-point e navigare, finalmente soli (?), in rete, cogliendo voci o proponendo il proprio richiamo, perché forse: “S’è perso il tempo / il filo il conto / e l’occasione”.
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Recensione a L’abitudine del cielo
di Simone Furbetta
Immagini talvolta disciplinate, talvolta astuti schizzi disomogenei.. Il sommergere dei giorni e il loro emergere. L’incidere superfici di qualsivoglia durezza. Infine l’ultima estremità, che come appendice del suo allettante movimento spiega l’intero corpo poetico: la semplicità di un’inquietudine a sussurri. La poesia di Cristina Babino è una silenziosa aggressione, spesso ironica, mai avventata, abile nel centellinare il campo visivo e poi spazzarlo via subito, depositando negli occhi del lettore la scomoda consapevolezza di non poter coordinare lo sguardo su una tela dalle molteplici diluizioni di colore. Il prima e il dopo, ieri e domani, si aggrappano ad un fulcro intimo, le tre poesie centrali: la dimora da tornare saltuariamente a visitare e contemporaneamente la molla che decomprime la coscienza di una, ormai organica, ispirazione futura. Così la descrizione della quotidianità in gesti e ambienti, invece di soffocare senza appello, diventa un’eletta occasione per allentare la morsa della crudeltà interpersonale. “la sensualità implicita delle poesie di Cristina Babino – scrive Alessandro Seri nella prefazione al libro – è decisamente provocatoria ma mai volgare, una calamita di odori e colori; ciò che rende eccitante questa scrittura è una contrapposizione non ancora risolta tra il cattolicissimo senso del peccato e la laicità dei sentimenti”. L’abitudine del cielo è il titolo denso e leggero di un’opera prima che sa ben accostare romanticismo e anti-ipocrisia, una raccolta che abbraccia dieci anni di composizioni, dalla cosiddetta post-adolescenza fino all’età matura. Insomma, comodamente seduti da qualche parte, volevamo dar vita a quella che si dovrebbe chiamare un’intervista. Ne è uscita invece una piacevole chiacchierata. Da Montale a Degas, da Bosch a Lorca, soffermandoci qua e là, e qua e là ripartendo, abbiamo ripercorso a tranquille falcate il cammino artistico intrapreso da Cristina diversi anni fa, il cui traguardo sembra davvero perdere senso mano mano che lo si avvicina.
(pubblicato sul mensile Urlo, settembre 2004)
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Nota
di Luigi Metropoli
Cristina Babino ha una naturale inclinazione per l’arte visiva, per cui non c’è da stupirsi se i soggetti delle sue poesie sono talvolta opere pittoriche, sculture… La quotidianità, spesso attonita, straniata, di Cristina ora lascia spazio a percorsi che intentano una relazione tra l’intimo segreto domestico e lo sguardo che cattura suggestioni e modelli ora pittorici ora scultorei ora architettonici. Temi classici che insistono su un sostrato personale, intimo che spesso suggerisce cortocircuiti tra un io attuale e una sua rappresentazione, rielaborazione formale: una presenza per affacciamenti, squarci, sequenze che ricordano un montaggio cinematografico, in cui la vista ha una posizione predominante.
Nota a La donna d’oro
di Francesca Matteoni
La donna d’oro è un poemetto che ripercorre la vicenda della pittrice polacca Tamara da Lempicka, nata alla fine del diciannovesimo secolo. Scegliendo di non interiorizzare la storia della pittrice, sfruttando un linguaggio simbolico o mescolando il suo vissuto a quello dell’artista, Cristina ha piuttosto lanciato una sfida a se stessa: usare la poesia come canale di ingresso alla biografia altrui, annullando la propria voce per accoglierne un’altra. L’io che parla è infatti la stessa Tamara, in cui però l’autrice non si riconosce. Non avviene, come altrove in letteratura, una sorta di identificazione per cui si sceglie di travestirsi con i panni del personaggio per parlare di noi. L’autrice qui va oltre, mette a tacere il suo ego e lascia viva la parola per raccontare con la voce dell’altra. Se è Cristina Babino a scrivere è Tamara da Lempicka ad uscire dal linguaggio per raggiungerci. La bravura di Cristina (tra l’altro brava e attenta studiosa d’arte), sta nel trasformare l’esperienza pittorica di Tamara, inevitabilmente legata alla sua lunga, turbolenta parabola esistenziale, nella lingua. C’è quindi una doppia commistione di generi: poesia e biografia, pittura e scrittura. Possiamo leggere questo libro come un appassionato racconto, come un misuratissimo poemetto dove le scelte linguistiche si sposano all’epoca e al personaggio protagonista, come una biografia capace di svelare il cuore dietro il gesto artistico. Concludo dicendo libri così ne servono ancora. Libri non facilmente classificabili e coraggiosi, che spingono il lettore a stare nel testo, senza il gioco delle connessioni letterarie e scolastiche.
(pubblicato qui)
